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incesto

Veronica Segreti in Famiglia #1


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
13.04.2026    |    33.735    |    6 9.8
"Papà ha avuto un gesto istintivo per allontanarsi, il corpo che si irrigidiva, ma io sono rimasta ferma lì, gli occhi fissi nei suoi: «Papà è bellissimo il tuo cazzo e se la mamma non lo..."
Capitolo 1

Cristina e Mauro erano la coppia che tutti, nel quartiere, invidiavano: sorrisi complici, mani che si sfioravano in pubblico, una casa accogliente con il profumo di caffè al mattino e di cena calda la sera. Da anni, però, la loro vita intima aveva preso una strada segreta, profonda, quasi rituale. Erano scambisti convinti, una passione nata piano e diventata necessità. Mauro, con i suoi occhi gentili e il corpo segnato dal tempo, aveva scoperto dentro di sé il piacere più oscuro e dolce: essere un cuckold. Adorava vedere la moglie Cristina, con le sue curve mature, i seni pesanti e la fica sempre pronta, mentre veniva scopata da altri uomini. Gli piaceva restare in disparte, il cazzo duro in mano, a guardare come un altro cazzo più grosso, più nero o più giovane, la riempiva fino a farla urlare, fino a che la sborra calda colava dalla sua fica gonfia, mescolandosi al suo profumo di donna eccitata. Era il loro segreto, un fuoco che teneva vivo il matrimonio. Ma io, Veronica, la loro figlia di diciannove anni, non ne sapevo assolutamente nulla. Fino a quel giorno.

Sono Veronica. Ho diciannove anni, studio Lettere all’università e vivo ancora qui, in questa casa che odora di legno antico e di famiglia. Silvio, il mio fidanzato coetaneo, è un ragazzo dolce, timido, introverso. Mi bacia con tenerezza, mi accarezza i capelli, ma quando le cose si fanno calde lui arrossisce e si tira indietro. Non mi ha mai dato quello che il mio corpo di ragazza chiede a gran voce: un cazzo duro, grosso, che mi apra la fica e mi faccia tremare fino alle ossa. Io lo amo, ma dentro di me c’è un vuoto, un desiderio che non so più dove mettere. Quel pomeriggio di aprile, però, tutto è cambiato. La lezione era stata annullata all’ultimo e io sono tornata a casa prima, con il sole caldo che mi accarezzava la nuca e il cuore leggero. Papà era al lavoro, mamma anche – o almeno così credevo. Ho chiuso la porta d’ingresso piano, per non disturbare, e subito un suono mi ha colpita come una carezza calda e proibita.

Mugolii. Gemiti bassi, femminili, che salivano dal piano di sopra. Un “sì… più forte…” roco, spezzato dal piacere. Il mio stomaco si è contratto. Il cuore ha iniziato a battere forte, un tamburo sordo nelle orecchie. Ho pensato a un film, a un ladro, a qualunque cosa tranne quello che stava succedendo davvero. Le scale scricchiolavano sotto i miei passi leggeri, l’aria era calda, densa, impregnata di un profumo che conoscevo bene: il Chanel N°5 di mamma, dolce, poudré, ma mescolato a qualcosa di più animale, muschiato, quasi salato. Un odore di pelle calda, di sesso. Mi sono fermata davanti alla porta della camera da letto dei miei genitori. Socchiusa. Solo uno spiraglio, ma abbastanza per far filtrare una lama di luce dorata del pomeriggio che entrava dalla finestra grande.

Ho appoggiato la mano sul legno freddo, il respiro corto. Dentro di me un vortice: curiosità, paura, un senso di tradimento che già mi stringeva la gola. Ho guardato.

Mamma era lì, sul letto king size con le lenzuola di seta color avorio che brillavano come neve sporca di passione. Era nuda, il corpo lucido di sudore che catturava la luce calda, i seni pieni che ondeggiavano pesanti, i capezzoli scuri e turgidi. Davanti a lei, in ginocchio sul materasso, un uomo nero. Alto, spalle larghe, muscoli definiti sotto la pelle scura come ebano lucido, che contrastava in modo violento con la carnagione chiara e rosata di mamma. Le loro bocche erano unite in un bacio profondo, bagnato. Le lingue si intrecciavano con suoni umidi, viscidi, quasi osceni. Le mani grandi di lui stringevano i fianchi di mamma, affondando nella carne morbida. Poi lui si è staccato e mamma ha abbassato lo sguardo, gli occhi lucidi di desiderio.

Il suo cazzo era lì, enorme, nero, venoso, la cappella grossa e lucida di saliva. Mamma ha sorriso, un sorriso famelico che non le avevo mai visto, e ha preso quel cazzo in bocca. Le labbra rosse si sono tese intorno alla grossezza, scivolando piano mentre la lingua avvolgeva la cappella. I suoni erano chiari, intimi: succhiava con avidità, gorgoglii profondi, schiocchi umidi di saliva che colava lungo l’asta scura. «Mmm… che cazzo grosso… mi piace da morire…» ha mormorato mamma tra un colpo e l’altro, la voce soffocata, vibrante di piacere. In sottofondo, dal piccolo altoparlante sul comodino, suonava una musica lenta e sensuale – un pezzo di R&B con bassi profondi che pulsavano come un cuore eccitato, un sax caldo che si intrecciava ai loro respiri. La melodia avvolgeva tutto, rendendo la scena ancora più carnale, come se la musica stessa stesse scopando l’aria.

Mi sono girata di scatto, il viso in fiamme, il cuore che martellava così forte da farmi male al petto. No. Non poteva essere. Mamma con un altro uomo, mentre papà era al lavoro. Le emozioni mi hanno travolta come un’onda calda: shock puro, un senso di tradimento che mi stringeva lo stomaco, confusione, rabbia per papà che amava mamma con tutto se stesso. Ma sotto, stranamente, un calore traditore tra le mie gambe, un formicolio che non volevo riconoscere. Ho chiuso gli occhi, respirando l’odore che filtrava dallo spiraglio – sudore, fica bagnata, cazzo duro, il profumo di mamma ormai corrotto dalla lussuria. Ho cercato di allontanarmi, ma i suoni continuavano. I sospiri di mamma diventavano più intensi, più urgenti. Gemiti che salivano di tono, accompagnati da un ritmo di carne contro carne, slap slap bagnato e ritmico.

Non potevo resistere. Mi sono girata di nuovo, gli occhi attirati come da una forza magnetica. Ora mamma era a novanta gradi sul letto, in ginocchio, il culo alto e rotondo offerto, la schiena inarcata in un arco perfetto. L’uomo nero era dietro di lei, il suo cazzo nero che spariva dentro la fica di mamma con spinte potenti, profonde. Ogni affondo produceva un suono bagnato, osceno, mentre le palle pesanti sbattevano contro il clitoride di lei. Mamma si masturbava freneticamente, le dita che sfregavano la fica intorno al cazzo che la riempiva, il clitoride gonfio e lucido. «Oh sì… scopami forte… riempimi con quel cazzo nero… sì, così!» I suoi gemiti erano una melodia rotta, perfettamente sincrona con la musica che continuava a suonare – bassi che vibravano nel petto, sax che saliva come un orgasmo lento. L’odore ora era più forte, denso: sudore salato, fica eccitata, il profumo muschiato del cazzo e della sborra che già iniziava a colare lungo le cosce di mamma.

Le mie gambe tremavano. Dentro di me un turbine di sensazioni: il cuore che batteva così forte da farmi sentire il sangue nelle orecchie, un nodo in gola di rabbia e di qualcosa di più oscuro, un calore che mi bagnava le mutandine. Ho fatto un passo indietro, titubante. Non sapevo se dirlo a papà. Lui è così innamorato, così devoto… non mi avrebbe mai creduta. Sarebbe stato un colpo troppo forte, lo avrebbe distrutto. Ma non potevo fingere di non aver visto.

Allora ho deciso. Con le mani che tremavano, ho tirato fuori il telefono dalla tasca, ho messo la modalità silenziosa e sono tornata allo spiraglio. La posizione era cambiata di nuovo: mamma a gambe all’aria, schiena sul letto, ginocchia piegate al petto, la fica completamente esposta e aperta. Il nero era sopra di lei, il corpo scuro che spingeva forte, il cazzo che entrava e usciva luccicante di succhi, con spinte profonde che facevano tremare il letto. Ho scattato tre, quattro foto: click muti che catturavano tutto – il contrasto violento delle pelli, l’espressione estatica di mamma con la bocca aperta in un gemito silenzioso, il sudore che colava tra i seni, la fica gonfia che stringeva quel cazzo nero. Il flash era spento, ma il mio cuore sembrava urlare.

Poi mi sono allontanata, le ginocchia molli. Per non creare problemi, sono uscita di casa silenziosamente, chiudendo la porta d’ingresso con una delicatezza infinita. Ho aspettato in un caffè vicino, seduta al tavolino con un cappuccino che non riuscivo a bere. Il tempo passava lento, la mia mente rielaborava ogni immagine, ogni suono. L’odore del caffè mi sembrava insipido rispetto a quello che avevo sentito in quella stanza. Quando è arrivato il momento, sono rientrata alla solita ora, come se niente fosse.

Mamma mi ha salutata con il solito affetto: «Ciao tesoro mio, com’è andata oggi all’università?» Mi ha abbracciata forte, il suo corpo caldo contro il mio, il profumo di Chanel ancora presente ma sotto, fortissimo, quell’odore più intenso del solito – un misto di sudore fresco, fica ancora umida e sborra maschile che non era riuscita a lavare via del tutto. Un odore che mi ha fatto girare la testa. Ho sorriso forzato, «Bene mamma», e sono corsa in camera mia, sconcertata. Mi sono buttata sul letto, fissando il soffitto bianco, le foto sul telefono che bruciavano come fuoco nella mia tasca. Non ho parlato. Non potevo.

La sera, quando papà è rientrato dal lavoro, gli sono corsa ad abbracciare. Il suo odore familiare – dopobarba legnoso, un velo di sudore onesto – mi ha confortata. L’ho stretto forte, ma non ho avuto il coraggio di dire nulla. Dopo cena, mentre lavavo i piatti, li ho sentiti in salotto. Papà accarezzava la schiena di mamma, tenero come sempre, la voce bassa e piena d’amore. Ma lei si è scostata bruscamente: «Sono stanca, Mauro. Non stasera». Poi ha rassettato la cucina in silenzio e è andata a dormire presto, lasciando papà sul divano con lo sguardo perso.

Io ero piena di rabbia. Una rabbia calda, viscerale. Come poteva trattarlo così? Dopo aver passato il pomeriggio con quel cazzo nero dentro la fica, dopo aver gemuto come una puttana mentre la musica suonava? Papà non meritava questo. Ma non sono intervenuta. Sono rimasta in silenzio, il cuore pesante come piombo.

Sono passati tre giorni. Tre giorni in cui io osservavo mamma sempre più attentamente, come se la vedessi per la prima volta. Una mattina, mentre fingevo di studiare in cucina, ho visto un uomo venire a prenderla per andare al lavoro. Mamma era vestita con una minigonna nera cortissima, tacchi alti che slanciavano le sue gambe toniche, una camicetta semi-trasparente che lasciava intravedere il reggiseno di pizzo. È salita in macchina e, attraverso la finestra, ho visto chiaramente: i due si sono baciati appassionatamente, lingue che si cercavano, e lui ha infilato la mano tra le sue gambe, sotto la gonna, probabilmente toccando la fica già bagnata e calda. Ho provato a scattare una foto, ma il telefono era lento, le dita mi tremavano. Non ho fatto in tempo.

Per fortuna mamma ha la posizione condivisa con me sul suo iPhone, per “sicurezza familiare”. Ho deciso di seguirla. Ho preso la mia macchina, il cuore che batteva come un tamburo impazzito. Ho guidato fino a sei chilometri da casa, l’aria primaverile che entrava dal finestrino aperto portandomi odori di erba tagliata e asfalto caldo. E lì, in un motel anonimo ai margini della città, ho visto la macchina ferma nel parcheggio. La situazione era chiara: vetri leggermente appannati, la targa che conoscevo. Ho fatto foto della macchina e del motel, il sole che batteva sull’asfalto creando riflessi accecanti. Poi sono tornata a casa, la rabbia che mi bruciava dentro come un fuoco lento.

La sera, la scena si è ripetuta identica. Dopo cena papà ha provato ad abbracciare Cristina, a chiederle come stava, con voce dolce e preoccupata. Lei lo ha respinto di nuovo. Lui ha insistito, la mano che le sfiorava il fianco: «Cristina, è tanto che non… ho delle esigenze, lo sai». Ma lei: «Non insistere, sono stanca». Poi si è vestita carina – gonna corta, top aderente che metteva in evidenza i seni – e ha detto: «Esco con le amiche», ed è uscita a piedi, i tacchi che ticchettavano sul marciapiede.

Io non ce l’ho fatta più. L’ho seguita nel quartiere, nascondendomi tra le ombre dei lampioni, l’aria fresca della sera che mi accarezzava la pelle accaldata. Ad attenderla in una macchina vecchia di quindici anni c’era un nero, lo stesso di prima o un altro, non importava. Lui le ha sorriso, invitandola a salire con un gesto. Invece di partire, ha tirato fuori il suo cazzo – grosso, nero, eretto, la cappella lucida sotto la luce debole del lampione. Mamma si è abbassata subito, leccandolo con avidità, la lingua rosa che scivolava lungo l’asta scura. I suoni attutiti dal finestrino: leccate umide, gemiti soffocati. Dentro la macchina, la radio accesa trasmetteva un pezzo di soul lento, con una voce maschile calda che cantava di desiderio e di corpi che si fondono. Ho fotografato tutto, mani tremanti, il flash spento, poi la macchina è partita piano nella notte.

Tornata a casa, ho trovato papà sul divano, il volto scuro e preoccupato, gli occhi fissi sul vuoto. Ho deciso di agire. Mi sono avvicinata, l’ho abbracciato forte. Il suo corpo caldo, il battito del cuore sotto la camicia, l’odore di lui che mi ha sempre fatta sentire al sicuro. Lui mi ha confessato, la voce rotta: «È un periodo che non so cosa succede, Veronica. Tua madre è sfuggente, distante… io mi sento sempre più solo».

Io sapevo tutto. Le foto bruciavano nel telefono, ma non volevo mostrargliele – sarebbe stato un colpo troppo forte, un’altra ferita. L’ho abbracciato più forte, mi sono sdraiata sul divano poggiando la testa sulle sue gambe: «Hai me papà, non ti serve mamma» e l’ho stretto, inalando il suo odore familiare, sentendo il calore delle sue cosce attraverso la tuta morbida. Lui ha sorriso, un sorriso triste ma dolce, ma quella stretta, quelle coccole innocenti, lo hanno fatto leggermente eccitare. Ho percepito il suo cazzo che prendeva vita sotto la mia testa – un gonfiore caldo, pulsante, che premeva contro la mia guancia attraverso la stoffa. Era grande, lo sentivo crescere, il calore che filtrava. Ho fatto ancora più peso, premendo dolcemente, il mio respiro che accelerava. Emozioni contrastanti mi attraversavano: amore filiale puro, desiderio di consolarlo, e un calore traditore che saliva dal mio ventre, bagnandomi la fica.

Papà mi ha guardata, la voce bassa e incerta: «Sì Veronica è vero, ci sei tu… ma tu sei mia figlia. Io ho bisogno di una donna».

Io ho sorriso, un sorriso tenero e consapevole, e ho spinto ancora la testa contro di lui, come se nulla fosse, sentendo il suo cazzo indurirsi di più, la pulsazione che mi arrivava dritta al cuore. Lui è rimasto lì pensieroso, la mano che mi accarezzava i capelli piano. Ad un tratto, con un movimento rapido e deciso, mi sono girata, ho abbassato la tuta del papà e ho preso in bocca il suo cazzo. Era caldo, spesso, venoso, la cappella grossa e morbida che sapeva di pelle maschile, leggermente salata, con un retrogusto muschiato del giorno di lavoro. Bellissimo. Enorme rispetto a quello che Silvio mi aveva mai fatto intravedere.

Papà ha avuto un gesto istintivo per allontanarsi, il corpo che si irrigidiva, ma io sono rimasta ferma lì, gli occhi fissi nei suoi: «Papà è bellissimo il tuo cazzo e se la mamma non lo vuole lo puoi dare a me». E così dicendo ho continuato a succhiarlo con forza, la lingua che avvolgeva la cappella, succhiando la prima goccia di liquido trasparente che colava, massaggiando le palle pesanti con la mano. I suoni erano intimi, bagnati: i miei slurps lenti e profondi, i suoi gemiti bassi e rotti che si mescolavano al respiro affannato. In sottofondo, la TV accesa in salotto trasmetteva una musica soft, un pezzo jazz lento con pianoforte e contrabbasso che pulsava come il nostro desiderio. Ho sentito la sua mano tra i miei capelli, non per spingermi via ma per tenermi lì, dolce, tremante.

Ho succhiato più forte, più profondo, la gola che si rilassava intorno alla grossezza, la saliva che colava lungo l’asta e sulle sue palle. Sentivo ogni vena pulsare sulla lingua, il sapore che diventava più intenso, più salato. Dentro di me un’onda di emozioni: amore profondo, tenerezza infinita, e un piacere proibito che mi bagnava la fica fino a farla pulsare. Papà gemeva piano, il corpo che si tendeva. Fino a che non ha cominciato a sborrare. Ho provato a tenerlo in bocca, a ingoiare, ma era troppo: schizzi caldi, abbondanti, cremosi, dal sapore forte, salato-dolce, che mi hanno inondato il viso e i capelli. Getti potenti che mi colpivano la guancia, la fronte, colando caldi e densi sulla pelle.

Poi l’ho pulito con dolcezza, la lingua che leccava ogni goccia rimasta sulla cappella, baciando il cazzo che si ammorbidiva piano, ancora caldo e vivo. «Papà è stato bellissimo. Sai che io e te abbiamo lo stesso problema, anche il mio fidanzato non me lo da mai. Poi il tuo è tanto grande».

Papà mi ha accarezzato la testa con una tenerezza infinita, le dita tra i miei capelli sporchi della sua sborra, mentre io restavo lì a toccare il suo cazzo, sentendolo ancora vivo sotto le dita, caldo e umido della mia saliva. Il suo respiro era lento, profondo. I miei occhi erano chiusi, il cuore pieno di un’emozione nuova, intensa, che sapeva di inizio.

Questo è solo l’inizio di quello che verrà.
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